XIV Congresso Nazionale del Credito Cooperativo PDF Stampa E-mail

Il Credito Cooperativo del domani:
sviluppo, efficienza e solidarietà
Intervento del Vice Direttore Generale della Banca d’Italia
Anna Maria Tarantola
Roma, 9 dicembre 2011

1. Premessa
Il tema centrale di questo XIV Congresso del Credito Cooperativo è il futuro, il cammino che si
trova di fronte un movimento la cui storia è strettamente intrecciata a quella del nostro Paese, con il
quale ha condiviso e condivide le grandi conquiste, le difficoltà e le sfide.
L’obiettivo al quale tutti dobbiamo tendere è quello di costruire un futuro di crescita, di benessere e
di equità. Non è un compito facile, soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo,
condizionato da una crisi finanziaria grave e persistente, da elevata instabilità, da una ripresa debole
e incerta e, in alcuni paesi, dal pericolo di recessione. Ma è possibile se sapremo individuare con
chiarezza e determinazione le azioni necessarie da avviare a vari livelli di responsabilità. Questa
individuazione non può che fondarsi su una approfondita analisi delle lezioni del passato e delle
condizioni del presente.
Il sistema bancario italiano, diversamente da quanto accaduto in altri paesi, ha superato senza gravi
danni la prima fase della crisi. Gli interventi pubblici di sostegno sono stati molto limitati. Il nostro
sistema è stato in grado di assorbire anche gli effetti negativi della recessione che ha colpito il
sistema produttivo nel 2008 e soprattutto nel 2009, benché le conseguenze sui bilanci siano state
rilevanti. Il Credito Cooperativo ha rappresentato un fattore di stabilità. Grazie alla forza maturata
in una lunga stagione di crescita, ha garantito continuità nell’erogazione di prestiti alle piccole e
medie imprese durante la fase più acuta della crisi, quando gli intermediari di maggiori dimensioni
incontravano vincoli severi dal lato della provvista.
Dall’estate scorsa, il peggioramento del quadro internazionale ha contribuito all’aggravamento delle
tensioni sul debito sovrano di alcuni paesi dell’area dell’euro, anche il mercato italiano ne è stato
investito. Le banche sono particolarmente esposte a questa nuova fase di turbolenza, con pesanti
ripercussioni sulla raccolta, sul patrimonio e sulla redditività. L’impatto è rilevante anche per le
banche di credito cooperativo, che si trovano oggi in una situazione di minore solidità rispetto a tre
anni fa.
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Per il Credito Cooperativo nel suo insieme si impone una revisione profonda delle strategie e dei
modelli operativi che hanno sostenuto due decenni di espansione. Il Credito Cooperativo del
domani si costruisce con banche efficienti, solide e ben amministrate in grado di esprimere
concretamente i valori della mutualità nel territorio; con una rete articolata capace di superare gli
svantaggi della piccola dimensione e di mantenere coesa la categoria; con strutture in grado di
rappresentare e orientare il movimento.
È su questi temi che concentrerò la mia relazione.
2. La crescita del credito cooperativo
Dalla metà degli anni novanta a oggi l’attività delle banche di credito cooperativo ha conosciuto una
lunga fase di crescita ininterrotta. I fattori alla base di un così protratto periodo di espansione sono
numerosi, ma i principali sono costituiti dai vantaggi comparati che caratterizzano questa categoria
di intermediari, ben delineati da Tommaso Padoa-Schioppa quindici anni fa:
Le BCC sono operatori di frontiera che portano i servizi bancari dove altrimenti non
arriverebbero, sostengono iniziative imprenditoriali individuali, favoriscono lo sviluppo economico
di nuove comunità. Contrariamente a un’opinione diffusa, nel loro habitat esse denotano una
capacità di fornire credito maggiore delle altre banche1.
La capacità delle BCC di fornire credito si basa sulla conoscenza del territorio e dei sistemi
economici locali, sulla valutazione diretta della qualità delle iniziative dei piccoli imprenditori, su
una struttura organizzativa in grado di rispondere in tempi rapidi e in forme non burocratiche alle
esigenze della comunità.
La crescita ha riguardato in primo luogo la clientela che rappresenta il bacino di elezione del credito
cooperativo. Dal 1995 al 2010 la quota dei prestiti alle imprese con meno di 20 addetti è salita dall’11
al 19 per cento, quella relativa ai finanziamenti alle famiglie dal 6 al 9 per cento. Di rilievo è stato
anche l’aumento della presenza nel mercato del credito alle imprese medie e grandi, dove il peso delle
BCC è salito dal 2 al 7 per cento. La conquista di posizioni sul mercato dei prestiti è andata di pari
passo con lo sviluppo della capacità di attrarre risparmio e di perseguire forme di raccolta più stabili,
1 Tommaso Padoa-Schioppa: “Il credito cooperativo in Italia: realtà e problemi”, intervento al Convegno Sviluppo
Economico e Intermediazione Finanziaria: Piccole imprese, Banche locali, Credito Cooperativo. Roma, 22 febbraio 1996.
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benché relativamente onerose, come le obbligazioni, in grado di garantire un maggiore equilibrio tra
le scadenze delle attività e quelle delle passività. La fiducia accordata dai risparmiatori alle BCC ha
determinato flussi di raccolta diretta ampiamente superiori alle erogazioni di prestiti.
I dati sull’intermediazione, seppure molto indicativi, rappresentano soltanto l’aspetto contabile della
crescita. Altrettanto rilevanti sono quelli riguardanti la diffusione sul territorio delle strutture del
Credito Cooperativo. A settembre 2011, i comuni nei quali era presente almeno uno sportello di una
BCC erano poco meno di 2.700, 900 in più rispetto al 1995; i due terzi della popolazione risiede in un
comune in cui opera una BCC a fronte del 40 per cento di 15 anni fa. Si è rafforzata la presenza delle
BCC nei comuni di maggiore dimensione e nelle grandi aree urbane. Nel periodo compreso tra il 1995
e il 2010, il numero di dipendenze è aumentato, in media annua, di oltre il 4 per cento, una crescita
doppia rispetto a quella media del sistema. Nello stesso periodo il numero di dipendenti è passato da
20.000 a 32.000, a fronte di un calo di 40.000 unità degli occupati nell’intero sistema bancario.
Le dimensioni aziendali sono cresciute con riferimento a tutti i principali indicatori. Tra il 1995 e il
2010, per la BCC media i fondi intermediati sono triplicati in termini reali, il numero di sportelli è
salito da 4 a 11, quello dei dipendenti da 32 a 76. In molti mercati locali le banche di credito
cooperativo sono rimaste gli unici intermediari di piccole dimensioni; in molti comuni hanno
mantenuto la loro caratteristica di “microgiganti” individuata da Tommaso Padoa-Schioppa.
Il processo di crescita è stato sostenuto, fino alla crisi, dal circolo virtuoso tra incremento dei
volumi, ampliamento dei margini reddituali e crescita del patrimonio. L’utile di bilancio del sistema
cooperativo, sceso al 6 per cento del capitale e delle riserve alla fine degli anni novanta, è
progressivamente risalito su valori attorno al 9 per cento negli anni precedenti la crisi.
L’accantonamento di ampia parte degli utili ha fatto delle BCC la categoria di banche con la più
elevata base patrimoniale. Essa risulta però ridimensionata dalla forte espansione delle attività. Il
grado di patrimonializzazione (rapporto tra patrimonio di vigilanza e il totale dei requisiti
patrimoniali) è sceso da 2,9 nel 1995 a 1,9 nel 2010; il Tier 1 ratio e il Total capital ratio si sono
ridotti rispettivamente di 8 e di 7,5 punti percentuali (essendo passati dal 22,2 al 14,2 per cento e dal
22,8 al 15,3 per cento). La leva finanziaria, definita come il rapporto tra il totale dell’attivo e il
patrimonio di base, è aumentata di un punto collocandosi a 9,6 a fine 2010.
Patrimonio, stabilità delle fonti di provvista e risorse liquide hanno consentito alle BCC di
continuare a erogare credito anche durante la recessione, sostituendosi ad altri intermediari
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maggiormente colpiti dalle difficoltà della crisi. Nel 2009 la crescita dei prestiti concessi alle
imprese dalle BCC è stata superiore al 4 per cento, a fronte di una contrazione del 3 per cento
registrata dall’intero sistema. Il sostegno fornito alle economie e alle comunità locali ha attutito
l’impatto della crisi sul benessere delle famiglie, ha consentito a numerose piccole imprese di
superare la fase più acuta della recessione. Ha però lasciato visibili tracce nei bilanci delle BCC, che
si riflettono in primo luogo in un notevole peggioramento della qualità degli attivi. La crescita
annua delle sofferenze è stata elevata, fino a superare il 35 per cento, è ancora al di sopra del 20 per
cento. Ha inciso anche l’aumento dei prestiti a favore di nuove categorie di prenditori, talvolta di
dimensione o operanti in settori di attività atipici per il credito cooperativo.
Negli anni recenti le svalutazioni sui crediti hanno fortemente compresso i margini reddituali, non
più sostenuti dalla crescita dei volumi e gravati da una struttura dei costi particolarmente rigida. Nel
2010 circa un quarto delle BCC presentava una capacità di generare utili inadeguata, soprattutto a
causa della riduzione del margine di interesse, quelle che hanno chiuso l’esercizio in perdita sono
state 65 a fronte di 31 nel 2009 e 13 nel 2008.
A queste difficoltà si sommano gli effetti della crisi del debito sovrano. Negli ultimi mesi per
numerose BCC si sono manifestate crescenti difficoltà nella raccolta di fondi anche a seguito della
concorrenza da parte dei gruppi bancari di maggiore dimensione. L’effetto è stato un forte
rallentamento della dinamica della provvista: nei primi nove mesi del 2011 la raccolta complessiva
è aumentata dello 0,6 per cento, essenzialmente grazie ai fondi reperiti sul mercato interbancario, al
netto dei quali si sarebbe registrata una diminuzione dello 0,3 per cento.
L’insieme di questi fattori ha compromesso il circolo virtuoso che per lunghi anni ha alimentato la
crescita del credito cooperativo, riportando la dinamica dei prestiti delle BCC in linea con quella del
sistema. I timidi segnali di ripresa registrati nei primi sei mesi dell’anno non sembrano sufficienti a
evitare una nuova flessione dei margini nei conti economici del 2011. La scarsità delle risorse da
destinare all’autofinanziamento indebolisce la capacità di fronteggiare gli effetti di un eventuale,
ulteriore, deterioramento della qualità del credito, rende particolarmente fragile la situazione dei
segmenti del sistema più esposti al peggioramento della congiuntura.
Occorre valutare attentamente la sostenibilità dei rapporti che le BCC intrattengono con il territorio.
I vincoli e le aspettative che sorgono all’interno della comunità sono importanti, ma non possono
allontanare le politiche del credito dalla sana e prudente gestione. I finanziamenti non possono
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costituire, come spesso è successo in passato, i principali ammortizzatori di gravi situazioni di crisi
nel tessuto produttivo delle economie locali.
Sulla capacità di generare reddito delle BCC gravano inefficienze non sempre ricollegabili alla
contenuta dimensione. In connessione con l’emergere degli effetti della crisi, la rigidità dei costi ha
portato a un forte aumento del cost/income ratio, che a giugno del 2011 ha raggiunto il 74,2 per
cento, quasi dieci punti percentuali in più rispetto a tre anni prima.
È necessario intervenire con scelte coraggiose sul livello e sulla struttura dei costi. In presenza di un
forte calo dei ricavi, i costi operativi, infatti, hanno continuato a crescere dal 2008 al 2010. Più in
generale è necessario un nuovo impulso verso il conseguimento di livelli più elevati di efficienza,
anche rivedendo strutture produttive e distributive adottate per realizzare ambiziosi progetti di
crescita ora non più realistici. Le BCC rappresentano il 5 per cento dei fondi intermediati del
sistema bancario nazionale; ma contano per il 13 per cento del totale degli sportelli. La differenza
non può essere ricondotta solo a un modello di attività incentrato sulla prossimità della banca alla
clientela. Risparmi potranno derivare dalla chiusura o dalla cessione di quelle dipendenze che non
riescono a raggiungere un adeguato equilibrio economico. Rilevanti economie sono ancora
conseguibili attraverso un più ampio ricorso all’outsourcing. Un contributo rilevante deve venire
dalle Federazioni, sul cui ruolo mi soffermerò più avanti.
3. L’eterogeneità delle BCC: elementi di debolezza e fattori di forza
Le oltre 400 banche di credito cooperativo oggi in attività costituiscono un insieme di realtà
aziendali con forti differenze in termini di solidità e di capacità di reagire alle difficoltà. In parte
queste differenze sono riconducibili al territorio in cui le BCC operano, in ragione dei divari di
sviluppo tra le aree del Paese e del diverso grado di vulnerabilità delle economie locali alla crisi. Ma
una parte non trascurabile dell’eterogeneità è riconducibile a scelte che ricadono interamente nella
responsabilità degli intermediari e riguardano le strutture organizzative, la qualità dei processi
gestionali e il governo societario. La combinazione di condizioni esterne difficili e strutture interne
inadeguate è la causa principale della debolezza di alcuni segmenti della cooperazione di credito.
Nell’ultimo decennio, sono state avviate nei confronti delle BCC 40 procedure di amministrazione
straordinaria, di cui 21 riguardanti aziende meridionali. Nello stesso periodo 12 BCC, di cui 9
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operanti nel Mezzogiorno, sono state poste in liquidazione coatta amministrativa. I casi di insuccesso
delle BCC, prima circoscritti a banche fragili localizzate in territori disagiati, si vanno ora estendendo
a regioni economicamente dinamiche e coinvolgono anche intermediari grandi e complessi.
Le crisi hanno colpito banche caratterizzate da gravi squilibri nell’assetto di governo e nell’azione
degli organi sociali, spesso favoriti da un accentramento di poteri presso amministratori in carica da
lungo tempo e da carenze nel sistema organizzativo e dei controlli interni. I fattori che hanno
portato al dissesto sono riconducibili a gravi anomalie nella gestione del credito, diffusi conflitti di
interesse, gravi violazioni delle normative antiriciclaggio e in materia di trasparenza. Di recente è
aumentato il numero di casi in cui la crisi aziendale è scaturita da squilibri tecnici connessi con una
gestione non fondata sui canoni del modello mutualistico.
I problemi di governo societario, pur non generalizzati, sono comunque assai diffusi. Nei casi in cui
carenze progettuali e inadeguatezze organizzative sono state tali da minare le prospettive degli
intermediari, la Vigilanza ha richiesto, anche con il concorso delle strutture di categoria: ricambi
nella composizione degli organi collegiali con immissione di professionalità adeguate;
rafforzamento degli organi esecutivi; ridefinizione delle strategie aziendali nel rispetto dei vincoli
interni ed esterni; riassetti organizzativi e dei controlli; revisione delle politiche e del processo di
erogazione del credito; interventi sulla struttura e sul livello dei costi.
Accanto alle BCC in difficoltà, ve ne sono altre che si sono distinte per un atteggiamento sano,
prudente e lungimirante, grazie al quale ora risentono in misura minore degli effetti della crisi. Le
indagini condotte sul campo dalla Banca d’Italia negli ultimi due anni hanno consentito di delineare
il ritratto di un nutrito gruppo di BCC che possono affrontare le difficoltà contingenti e le sfide
future in posizione di forza.
Si tratta di intermediari di diverse dimensioni, presenti in tutte le aree del paese, cresciuti a ritmi
molto sostenuti negli anni precedenti la crisi. La caratteristica che li accomuna è la capacità di
compiere scelte gestionali coerenti con le diverse fasi della vita della banca. In generale si tratta di
BCC che hanno accompagnato la crescita con una costante attenzione all’efficienza dei processi
operativi. Hanno valorizzato il patrimonio di conoscenze del territorio di riferimento, sviluppando
procedure per conservare e trasmettere le informazioni, per valutare adeguatamente i rischi e le
potenzialità di crescita dei clienti, avvalendosi, ove necessario, della collaborazione di operatori
specializzati.
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Q uesto gruppo di intermediari ha perseguito strategie di crescita selettive frazionando i rischi,
adottando rigorosi criteri di valutazione e gestione dei rapporti con imprese di ampia dimensione,
rinunciando a finanziare soggetti troppo grandi e articolati rispetto alle proprie potenzialità.
Le banche più solide hanno reagito con prontezza alla crisi, definendo specifiche linee di azione
riguardanti i processi gestionali, i meccanismi organizzativi e i criteri di gestione delle relazioni
creditizie. Hanno rivisto tempestivamente le strategie espansive riguardo alla rete di vendita e ai
volumi di impiego. Hanno corretto gli obiettivi di sviluppo, subordinando la crescita ai vincoli
dell’equilibrio finanziario, del controllo dei rischi, del contenimento dei costi. Anche nei momenti più
difficili, le BCC più solide non hanno fatto mancare il proprio sostegno alle imprese che presentavano
concrete prospettive di risanamento e rilancio. Ma si sono distinte anche per la capacità di gestire con
efficacia relazioni con operatori economici meno meritevoli, evitando il rischio di restare catturate
dalla rischiosità dei rapporti di clientela. Alcune di queste BCC hanno definito specifiche linee di
azione per rafforzare la propria situazione di liquidità già dalla fine del 2007. Con lungimiranza hanno
perseguito un ritorno graduale a più contenuti livelli del rapporto tra impieghi e raccolta e una
ristrutturazione del portafoglio titoli, al fine di accrescerne il grado di liquidità.
Buone prassi gestionali, capacità di governare i processi aziendali, rapporto corretto con il territorio
sono qualità diffuse all’interno della categoria. Sono alla base di modelli di attività in cui i valori
solidaristici e mutualistici non frenano, ma integrano e rinforzano l’equilibrio e la solidità degli
intermediari. Da queste esperienze di successo l’intero movimento può ricavare linee guida per
crescere in modo sostenibile.
4. La Vigilanza e il modello cooperativo
La disciplina sulle banche di credito cooperativo ha seguito l'evoluzione dell’ordinamento creditizio
generale salvaguardando il modello cooperativo, le finalità mutualistiche e il localismo. Agli
indirizzi legislativi è sotteso il riconoscimento della funzione economica e sociale svolta da banche
cooperative e locali, vicine alle esigenze del cliente-socio. Muovono in questa direzione il
coordinamento del Testo unico bancario con la riforma del diritto societario che ha confermato,
rafforzandolo, il carattere di mutualità prevalente delle BCC e l’introduzione dell’istituto della
vigilanza cooperativa, diretta a verificare il rispetto delle condizioni mutualistiche.
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Se l’evoluzione del quadro legislativo ha contribuito a preservare i caratteri peculiari delle BCC, la
normativa prudenziale ha concorso a rafforzarne i presìdi di stabilità e di sana e prudente gestione
con regole ispirate alla proporzionalità in relazione alle caratteristiche dei soggetti vigilati.
I tratti qualificanti delle BCC, individuati dalla legge in termini generali, trovano compiuta
espressione proprio nelle regole prudenziali relative all’operatività prevalente con i soci, alla
territorialità, alle operazioni ammesse. Queste regole sono recepite negli statuti delle BCC grazie
all’adozione dello statuto tipo che, da strumento di indirizzo strutturale della Vigilanza sul sistema
delle Casse Rurali, è divenuto elemento di autoregolamentazione e, da ultimo, anche di autoriforma
promossa dal sistema.
L’evoluzione della regolamentazione offre alla categoria nuove opportunità di sviluppo dei propri
punti di forza: la cura delle relazioni con il cliente, l’attenzione alle esigenze del territorio, il
presidio della stabilità, la vocazione verso un modello di attività lontano dagli eccessi che sono stati
all'origine della crisi finanziaria. Le nuove norme sono temperate da regole e istituti speciali che, in
aderenza ai principi di proporzionalità e sussidiarietà, tengono conto delle peculiarità delle banche
mutualistiche.
Tale specialità è valorizzata anche con riguardo alla dimensione di sistema, avendo presenti le
forme di integrazione in rete delle banche cooperative. È soprattutto nelle norme prudenziali sui
sistemi di tutela istituzionale che si conferma l’attenzione per la categoria. Ricordo che queste
norme, pur avendo matrice comunitaria, sono il frutto di una scelta discrezionale, non obbligata,
dell’Autorità di vigilanza.
La capacità di operare in piena conformità con le innovazioni normative recenti e con quelle in via
di introduzione è il presupposto della stabilità delle singole istituzioni e del sistema del credito
cooperativo nel suo insieme.
Nei mesi scorsi la Banca d’Italia ha condotto un’analisi del possibile impatto di Basilea 3 sul credito
cooperativo. L’indagine, che ha beneficiato anche della collaborazione delle associazioni di
categoria, si è concentrata sui profili delle liquidità e del capitale, gli aspetti più rilevanti per le BCC
in considerazione della loro dimensione e operatività.
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Sul piano della liquidità, le simulazioni condotte si sono concentrate sull’indicatore di breve termine
previsto da Basilea 3 (liquidity coverage ratio) che impone alle banche di detenere un determinato
ammontare di attivo liquido a fronte dei possibili deflussi di cassa che si avrebbero in condizioni di
stress. Ai fini del rispetto di tale regola, la nuova disciplina prevede un trattamento più favorevole
nel caso di banche operanti in rete (network).
Dalle analisi emerge che gli istituti centrali, che gestiscono i flussi finanziari per la categoria, e un
quinto delle BCC potrebbero incontrare difficoltà nell’adeguarsi al nuovo ratio di breve periodo. Le
carenze complessive di liquidità, stimate sulla base dei dati di dicembre 2010, ammonterebbero a 6
miliardi di euro, di cui poco meno di 5 attribuibili agli istituti centrali. Vi sarebbe però
un’eccedenza di liquidità superiore ai 10 miliardi da parte delle rimanenti BCC. In presenza di un
network operativo conforme ai criteri previsti da Basilea 3, che potrebbe essere rappresentato dal
Fondo di Garanzia Istituzionale, l’impatto sulla situazione di liquidità non si modificherebbe, ma si
potrebbe realizzare una significativa crescita di efficienza.
Con riferimento al capitale, la simulazione ha posto in evidenza che la patrimonializzazione della
quasi totalità delle BCC supererebbe l’obiettivo del 7 per cento di common equity Tier 1 (CET1)
previsto dalla nuova normativa. Soltanto poco più dell’uno per cento degli intermediari non
raggiungerebbe il minimo regolamentare, facendo segnare comunque una mancanza di capitale
complessivamente molto contenuta. Infatti, anche applicando all’esercizio di simulazione
ragionevoli ipotesi di stress su un orizzonte triennale, la quota di BCC per la quale il CET1
scenderebbe al di sotto della soglia del 7 per cento sarebbe del 5 per cento (si tratta di BCC alle
quali fa capo il 6 per cento dell’attivo di sistema del credito cooperativo).
Nel complesso, l’impatto di Basilea 3 in termini di capitale e liquidità sembra sostenibile per la
maggior parte degli intermediari; marginalmente colpiti sarebbero quelli che già oggi presentano
profili di criticità. Nondimeno, sarà necessaria una crescente capacità di gestione dei rischi e di
valutazione in termini di assorbimento di capitale e di liquidità di tutte le decisioni aziendali.
Al di là dalle possibili ricadute di Basilea 3, rimane ferma la necessità che le BCC sfruttino al
meglio le opportunità offerte dalla normativa prudenziale già in vigore (Basilea 2), specificamente
quella sul rischio di credito, rimasta sostanzialmente inalterata anche nella nuova disciplina
prudenziale. Faccio riferimento, in particolare, alla necessità di proseguire negli sforzi – anche con
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il contributo delle associazioni di categoria – per rafforzare ulteriormente il sistema dei controlli, la
metodologia e il processo per la gestione dei rischi, l’organizzazione dei dati.
5. Le strutture di rete
L’obiettivo strategico di mantenere e consolidare la presenza di banche autonome del territorio,
strutturalmente in equilibrio, non può prescindere da un efficiente funzionamento del sistema di
rete. Le iniziative di razionalizzazione delle strutture associative e di quelle per l’offerta di servizi a
livello accentrato, impostate negli anni novanta, vanno nella giusta direzione, ma sono state
sviluppate con eccessiva gradualità mediante interventi parziali, talvolta a respiro locale, frenati da
una complessa dialettica interna. Le ripetute sollecitazioni della Banca d’Italia sulla necessità di
riconsiderare il modello di rete adottato – caratterizzato da sovrapposizioni tra soggetti con diverse
finalità e ridondanze tra soggetti con uguali finalità – sono state recepite soltanto in parte.
Le Federazioni locali hanno conseguito miglioramenti, ma continuano a presentare situazioni molto
diverse in termini di organizzazione interna e professionalità, con ricadute sulla qualità dei servizi
prestati. A obiettivi ambiziosi e relativamente omogenei per tutte le Federazioni corrispondono
livelli di efficienza e capacità operative assai differenziati.
L’impegno delle quindici Federazioni locali si è concentrato sulla prestazione di servizi professionali
tipici: internal audit, compliance e antiriciclaggio. Solo un ristretto numero di Federazioni ha offerto
nuovi servizi, estendendo l’assistenza ad aspetti di governance e di indirizzo strategico.
L’utilizzo di sistemi informativi non omogenei, anche da parte di BCC appartenenti alla medesima
Federazione, ha rappresentato un limite alla standardizzazione dei processi e all’efficacia dei
controlli. Tutti i sistemi informativi, nonostante la razionalizzazione intervenuta negli ultimi anni e i
miglioramenti nella funzionalità, continuano a essere connotati da elementi di criticità.
La frontiera dell’attività di servizio fornita dalla rete è rappresentata dall’outsourcing di funzioni e
dalla centralizzazione di attività. Per le BCC, soprattutto quelle di minori dimensioni, i benefici in
termini di costo che possono derivare da un maggior ricorso all’outsourcing sono ingenti. Ma il
pieno conseguimento di economie di scala incontra un limite nella difficoltà di estendere il processo
di integrazione a livello interregionale, raccordando le iniziative promosse dalle diverse Federazioni.
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Ciò richiama un elemento strutturale di debolezza del sistema: l’assenza di un centro di coordinamento
dotato di adeguata capacità di enforcement. L’attività della Federazione nazionale, elemento cardine del
sistema, risente di un sistema associativo in cui risulta difficoltoso portare a sintesi le istanze
localistiche.
È necessario recuperare unità di intenti tra le diverse componenti della rete per giungere a una più
corretta allocazione di compiti e responsabilità in capo alle strutture di direzione e coordinamento,
associative e industriali; a una più chiara separazione tra compiti di pianificazione strategica e
funzioni produttive. Va perseguita un’organizzazione associativa più efficace e razionale sia
mediante la polarizzazione in centri di eccellenza interfederali delle attività prestate alle associate,
sia attraverso la concentrazione delle rappresentanze locali meno dotate di mezzi e risorse. Occorre
realizzare, infine, una struttura industriale contrassegnata da razionalità economica e capacità di
innovare, integrando tutte le componenti del sistema.
Le sfide che la categoria è chiamata a fronteggiare richiedono un grande impegno per coniugare la
democrazia cooperativa con l’efficienza delle strutture di governo delle banche, l’eliminazione di
rendite di posizione, la selezione di amministratori capaci.
Il sistema cooperativo si è mosso in tal senso. Il nuovo statuto tipo, che le BCC si sono impegnate
ad adottare entro la fine di quest’anno, introduce criteri stringenti di selezione dei componenti gli
organi aziendali, promuove un più fisiologico ricambio degli esponenti, prevede rigorose regole per
i conflitti di interesse. Ad oggi 219 BCC hanno già adottato il nuovo statuto, una parte di queste ha
apportato deroghe anche in senso restrittivo. L’esperienza applicativa ha fatto emergere
l’opportunità di ulteriori riflessioni su alcune previsioni sul governo societario del dettato statutario.
Molti interventi del Fondo di Garanzia dei Depositanti del Credito Cooperativo – che svolge un
ruolo significativo nella soluzione di situazioni di difficoltà e di crisi delle BCC – si sono connotati
per la definizione di operazioni complesse e innovative e presuppongono un suo coinvolgimento
nella scelta dei nuovi amministratori.
Il Fondo di Garanzia Istituzionale (FGI), del quale la Banca d’Italia ha approvato lo Statuto nei
giorni scorsi, può rappresentare un fattore di sviluppo del network del Credito Cooperativo,
accelerando i processi di integrazione delle componenti associative e produttive, di omogeneizzazione
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dei sistemi informativi di categoria, di rafforzamento dei processi operativi e di risk management
delle singole banche.
Le regole di organizzazione e di funzionamento definite dallo Statuto delineano un sistema volto a
controllare in modo puntuale ed esteso la rischiosità delle BCC aderenti, le vulnerabilità potenziali,
la sostenibilità delle strategie di sviluppo. I poteri di intervento del FGI sono disegnati in modo da
adempiere alla funzione di prevenire le situazioni di crisi senza introdurre vincoli impropri
all’autonomia delle consorziate. Spetta al Fondo segnalare alle banche aderenti l’emersione di
situazioni di criticità e stimolare gli organi aziendali a individuare e attuare linee di azione efficaci
per ricondurre la banca in condizioni di normalità.
Attraverso l’azione di analisi e controllo dei rischi, il FGI potrà promuovere la diffusione delle best
practices e l’adozione di comportamenti virtuosi da parte delle BCC. Il Fondo dovrà esercitare con
obiettività e determinazione il proprio potere di enforcement, escludendo dal sistema le banche che
non perseguano con tempestività ed efficacia il superamento delle criticità aziendali.
Il consolidamento – attraverso l’approvazione dello Statuto – dei profili regolamentari fondamentali
del sistema rappresenta un passaggio essenziale per la realizzazione del progetto; altri passi sono
necessari: l’adesione al FGI da parte di un numero congruo di banche, il riconoscimento del sistema
a fini prudenziali, l’avvio della sua operatività. Restano da completare l’organizzazione e la
realizzazione dei meccanismi di controllo dei rischi. La loro funzionalità si pone ora al centro del
confronto con la Vigilanza; saranno valutate l’idoneità delle risorse del Fondo a fornire le previste
garanzie di liquidità e solvibilità alle banche aderenti e la sostenibilità dei relativi impegni. Il livello
di garanzia dovrà essere coerente con la normativa comunitaria in via di evoluzione.
Il nuovo strumento di autoregolamentazione e di autocontrollo del Credito Cooperativo richiede la
partecipazione e l’apporto operativo di tutte le componenti del sistema: le BCC, le banche di
secondo livello e gli organismi associativi. Il buon funzionamento del nuovo Fondo e la sua
capacità di conseguire gli obiettivi attesi dipenderanno dalla funzionalità dei suoi assetti
organizzativi e di governance, dall’efficacia nel contenere i rischi di conflitti di interesse,
dall’autonomia e indipendenza dei processi valutativi e decisionali, dalla disponibilità di idonee
risorse professionali, da strutture e processi di qualità adeguata.
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6. Conclusioni
Negli ultimi due decenni, in una fase di grande trasformazione del sistema creditizio italiano, le
banche di credito cooperativo hanno saputo coniugare spinta all’innovazione e valori tradizionali,
senza alterare i principi fondativi della mutualità e del localismo.
La grave crisi finanziaria che affrontiamo da quattro anni impone sfide impegnative anche al
Credito Cooperativo. Le conquiste realizzate rischiano di essere effimere se non saranno difese
rafforzando tutte le strutture del sistema. Le BCC devono saper coniugare sviluppo e solidarietà con
l’efficienza; gli esempi di intermediari che hanno già intrapreso questo percorso non mancano.
Anche le strutture di rete devono fare un ulteriore salto di qualità, diventare più integrate e
connesse, capaci di fornire servizi di qualità al minor costo. Da esse dipende l’effettiva capacità
delle BCC, soprattutto di quelle più piccole, di abbattere in misura rilevante i costi. Il Fondo di
Garanzia Istituzionale può rappresentare un’importante opportunità anche per riorganizzare l’intera
rete, non va sprecata.
Efficienza aziendale e di rete, coesione di sistema, elevata qualità dei sistemi associativi sono
obiettivi da conseguire con determinazione e tempestività per costruire un domani di sviluppo
sostenibile per questo particolare modello di attività bancaria fondato su principi di solidarietà.
All’interno del movimento esistono valori, capitale umano, capacità professionali e progetti
imprenditoriali in grado di misurarsi con le difficili sfide che la cooperazione di credito si trova di
fronte.
Concludo questo intervento con le stesse parole, semplici ma quanto mai attuali, con cui Tommaso
Padoa-Schioppa concluse la sua relazione, prima richiamata, al convegno del 1996: La banca di
credito cooperativo rimane per l’economia, per il sistema bancario e per la Banca d’Italia una
formula pienamente vitale e più che mai necessaria.

(tratto dal sito della Banca d'Italia e qui ripreso per un'opportuna prima presa di informazione da parte dei soci.  Si raccomanda di accedere sempre al sito istituzionale della Banca Centrale)

comunque di ) 

 


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